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Il ritorno alla vita: dalla caduta alla libertà

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Bächli Bergsport & Tobias Müller, giovedì, 08. maggio 2025

Dopo un grave incidente con il parapendio, la vita di Tobias si fermò. Ma invece di arrendersi, si è battuto passo dopo passo per tornare – nell'acqua, sulla parete di roccia e infine verso la libertà. Nella sua storia, l’arrampicatore Tobias Müller racconta un viaggio toccante fatto di dolore, guarigione e nuove prospettive.

Da che ho memoria, la libertà indipendente ha sempre significato moltissimo per me. La trovo nella natura, nello sport e soprattutto nella comunità. Già da bambino trascorrevo il mio tempo libero preferibilmente arrampicando, più tardi scoprii la mia passione per il parapendio acrobatico. Amavo librarmi nell’aria e viaggiavo con i miei amici in tutto il mondo per vivere quella sensazione.

Foto: Nanna Kreuzmann

È febbraio 2019. Sto volando in Marocco, godendomi il vento che mi fischia intorno alle orecchie. Inizio una manovra acrobatica e sento la forza G che mi spinge contro l’imbrago. Scendo a gran velocità. Ma ho ancora abbastanza altezza per concludere la manovra? Le pietre sul terreno arido del deserto diventano sempre più grandi. E poi succede: l’impatto. Il mio grido. 

Sono sdraiato sulla schiena, tutto intorno a me è sfocato. Il dolore è insopportabile, come se il corpo si frantumasse in mille pezzi. Non riesco a muovermi. In quel momento tutto è silenzio, sento solo quel dolore tagliente che si ancora dentro di me.

In ospedale il medico fu chiaro: “Una grave frattura alla schiena. Possiamo solo sperare che tu possa tornare a camminare.” Interventi multipli, diversi mesi in ospedale, la riabilitazione – fu un percorso lungo e faticoso. Dal rimanere a letto, alla sedia a rotelle, fino ai primi passi. La mia vita divenne una prova di pazienza e una sfida sia mentale che fisica.

Il pensiero che la mia vita non sarebbe mai più stata come prima mi tormentava. Potrò mai tornare a volare in parapendio, arrampicare, fare kitesurf? Il tempo con i miei amici era spesso legato allo sport, dato che fin dall’infanzia conducevo uno stile di vita attivo e sportivo. Non poter più condividere con loro l’esperienza della natura arrampicando o volando mi lasciava profonde cicatrici e mi faceva sentire perso.

Foto: Nanna Kreuzmann

Ma arrivò un momento in cui capii che non potevo semplicemente smettere di vivere solo perché il mio corpo non funzionava più come prima. Volevo trovare qualcosa che mi riportasse la gioia, anche se il dolore non sarebbe scomparso.

L’apnea fu la prima attività sportiva che il mio corpo mi permise di praticare e che mi regalò di nuovo una vera felicità. Così mi ritrovai quasi ogni giorno nelle acque del Lago di Zurigo. Mi immergevo nel silenzio e nella leggerezza dell’acqua, lontano da tutto ciò che mi causava dolore fisico e interiore.

Alla fine mi trasferii a Dahab, una piccola località isolata nel Sinai, nota per la sua comunità aperta e per l’apnea. Con ogni immersione mi avvicinavo un po’ di più alla pace interiore e il mio corpo riusciva a rigenerarsi lentamente nell’acqua. Ogni giorno portava nuovi incontri e si creavano intense amicizie. Si facevano immersioni insieme, si rideva intorno al fuoco, si faceva musica e si cantava.

Ma non fu solo l’acqua ad aiutarmi a sentirmi di nuovo vivo. Venni a conoscenza delle possibilità di arrampicata e desideravo visitare assolutamente le “Local Cracks”. Così presi in prestito imbrago, scarpette e corda dai beduini locali e andai con alcuni amici nel Wadi – come chiamano la “gola” gli abitanti del posto. Quando nella quiete del deserto toccai le prime prese, sentii di nuovo quella vecchia sensazione di libertà che l’arrampicata mi aveva sempre regalato. Movimento dopo movimento, il mio corpo ricordava i gesti, e così in pochi mesi riacquistai quasi completamente la mia forza originaria.

Foto: Nanna Kreuzmann

Purtroppo i gradi di difficoltà delle vie di arrampicata nei dintorni di Dahab erano molto limitati e si trovavano a malapena vie oltre il grado francese 6b. Volevo assolutamente cambiare questa situazione. Così decisi di aprire nuove vie e scoprire nuove pareti. La mia motivazione era alta e le possibilità sembravano infinite. C’era solo un problema: procurarsi il materiale adatto. Così tornai in Svizzera e rientrai nel Sinai con trapano, decine di spit e soste da calata.

Nel frattempo sono passati circa quattro anni e ho attrezzato circa 50 vie, dal 5° all’alto 8° grado francese. Il materiale lo procuro in gran parte da solo, ma ricevo anche supporto da privati o da negozi specializzati come Bächli Bergsport, che mi sostengono con donazioni o attrezzatura.

Il Sinai, che per molti è solo deserto e mare, è diventato per me un luogo di trasformazione. L’impatto, il lungo processo in ospedale, i primi passi, la prima immersione, la prima presa in arrampicata e infine l’attrezzatura delle nuove vie – tutto questo lo devo a una comunità incredibilmente affettuosa che mi ha sostenuto lungo il mio cammino.

La libertà indipendente di potersi muovere liberamente è stata riconquistata. Attraverso alti e bassi ho imparato che la libertà non è scontata. Ho percorso questo cammino, ma senza i miei amici oggi non sarei dove sono.

Trova le vie di Thomas nella guida all’arrampicata del Sinai
Tobias Müller su Instagram: wings_for_heaven

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